Il racconto di un mestiere che ha cambiato strumenti, materiali e mercato, senza perdere il valore delle mani e dell’esperienza.
Ogni mestiere possiede una memoria che difficilmente si trova nei manuali.
Vive nei racconti ascoltati dentro una bottega, nei gesti osservati lavorando accanto agli artigiani più anziani e in quei piccoli particolari che, a distanza di tanti anni, continuano a tornare alla mente.
Io non ho conosciuto la falegnameria degli anni Cinquanta, ma ho avuto la fortuna di incontrare persone che ne portavano ancora dentro la cultura, le abitudini e i ricordi.
Una di queste persone è stata Sandro Giovannetti, nato negli anni Quaranta.
Sandro merita di essere ricordato non soltanto per il falegname che è stato, ma soprattutto per la persona che ho conosciuto e per la parte del suo mestiere che ha saputo trasmettermi.
Attraverso i suoi racconti ho potuto immaginare una Roma molto diversa da quella di oggi e comprendere quanto profondamente sia cambiato il lavoro del falegname.
Le falegnamerie nella Roma del dopoguerra
Sandro mi raccontava che, nella Roma del dopoguerra, le falegnamerie erano particolarmente impegnate nella produzione di porte, finestre, persiane e infissi destinati alle nuove abitazioni.
La città cresceva, nascevano nuovi quartieri e il lavoro non mancava.
Anche i ragazzi più giovani contribuivano alla vita delle botteghe. Prima di entrare a scuola aiutavano i falegnami a portare all’esterno le tavole di legno, lasciandole respirare e asciugare naturalmente durante il giorno.
La sera tornavano a rimetterle dentro, al riparo dall’umidità della notte.
Oggi può sembrare soltanto un piccolo gesto, ma racconta un’epoca nella quale il tempo del materiale faceva parte del lavoro. Il legno non si forzava: si osservava, si aspettava e si imparava a conoscerlo.

Illustrazione a matite colorate ispirata ai racconti di Sandro Giovannetti: alcuni ragazzi aiutano a portare fuori le tavole da una falegnameria romana prima di andare a scuola.
Una bottega prima della scuola
Non dobbiamo immaginare quei ragazzi come dipendenti di un’azienda organizzata nel senso moderno del termine.
Erano giovani che vivevano nel quartiere, conoscevano gli artigiani e davano una mano prima o dopo la scuola. In cambio imparavano a stare in bottega, osservavano il lavoro e cominciavano spesso ad avvicinarsi a un mestiere.
Era un mondo duro e certamente non va idealizzato. Tuttavia, possedeva una forma di trasmissione diretta della conoscenza che oggi è diventata molto più rara.
I carretti degli infissi sulle rotaie del tram
Un altro racconto di Sandro mi è rimasto particolarmente impresso.
Gli infissi preparati in falegnameria venivano caricati su carretti spinti a braccia e trasportati fino ai palazzi nei quali sarebbero stati montati.
Anche questo compito poteva essere affidato ai ragazzi.
Sandro ricordava una curiosità: alcuni carretti avevano le ruote a una distanza simile a quella delle rotaie del tram. Quando il percorso lo permetteva, le ruote potevano scorrere lungo i binari, rendendo il trasporto un poco meno faticoso.
Il giorno successivo arrivava il mastro falegname, magari in bicicletta, con la propria borsa dei ferri, per eseguire la posa in opera.
Pochi mezzi, pochi attrezzi e tanta capacità di risolvere sul posto.
Questa scena, raccontata oggi, sembra quasi appartenere a un film. Eppure ci aiuta a comprendere quanto fosse centrale la falegnameria nella costruzione quotidiana della città.

Illustrazione a matite colorate ispirata ai racconti di Sandro Giovannetti: alcuni ragazzi trasportano porte e finestre su un carretto lungo le rotaie del tram nella Roma del dopoguerra.
Quando il falegname costruiva quasi tutta la casa
Per molti anni il falegname è stato il riferimento naturale per quasi tutto ciò che, dentro e fuori una casa, era realizzato in legno.
Costruiva:
- finestre e persiane;
- porte interne e portoni;
- cucine;
- armadi e credenze;
- tavoli e scrivanie;
- scaffalature;
- mobili per negozi e uffici.
Eseguiva inoltre riparazioni, adattamenti e interventi che oggi vengono divisi tra molte figure professionali differenti.
Non significa che non esistessero già produzioni organizzate o mobili costruiti in serie. Tuttavia, la falegnameria conservava ancora un ruolo centrale, soprattutto nei quartieri, nei piccoli cantieri e nelle abitazioni private.
Il falegname non era chiamato soltanto per realizzare un oggetto. Spesso conosceva la casa, la famiglia e perfino la storia dei mobili sui quali interveniva.
Il laminato plastico e l’arrivo della modernità
Quando si parla della falegnameria di una volta, si pensa quasi sempre al legno massello, ai trucioli sul banco e ai mobili costruiti interamente a mano.
La realtà era più complessa.
I falegnami hanno sempre saputo utilizzare i materiali disponibili nel proprio tempo. Quando si diffuse il laminato plastico, anche le botteghe iniziarono a impiegarlo per realizzare cucine, scrivanie, tavoli e mobili destinati alle case e agli uffici.
Sandro mi parlava anche delle ante lavorate con bordi morbidi e arrotondati, che in falegnameria venivano comunemente definite “ante a saponetta”.
Secondo i suoi ricordi, quella moda era influenzata anche dalle cucine americane che nel dopoguerra rappresentavano un’immagine nuova della casa: superfici facili da pulire, colori vivaci, linee arrotondate e materiali moderni.

Illustrazione a matite colorate di una cucina degli anni Cinquanta, con superfici in laminato plastico, colori vivaci e ante dalle forme arrotondate, conosciute in falegnameria come ante a saponetta.
Perché chiamiamo il laminato “Formica”?
Quasi tutti abbiamo sentito chiamare il laminato plastico con il nome di formica.
In realtà Formica non è il nome del materiale, ma quello di una grande azienda americana fondata nel 1913.
Il nome nacque perché il nuovo materiale venne inizialmente sviluppato per sostituire la mica negli isolanti elettrici: in inglese, quindi, era un materiale utilizzato for mica, cioè “al posto della mica”.
Il marchio divenne così conosciuto da entrare nel linguaggio comune. Ancora oggi molte persone chiamano “formica” qualsiasi laminato plastico, indipendentemente dall’azienda che lo ha prodotto.
È una piccola curiosità, ma dimostra quanto rapidamente i nuovi materiali siano entrati nelle case e nelle nostre abitudini.
L’industria comincia a cambiare il mestiere
Con il passare degli anni, il mondo intorno alle falegnamerie iniziò a trasformarsi.
Tra gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta gli infissi in alluminio conquistarono una parte sempre più importante del mercato.
Gli infissi in legno erano belli, solidi e, quando ben costruiti, capaci di durare a lungo. Richiedevano però manutenzione periodica e tempi di lavorazione difficili da confrontare con quelli di una produzione sempre più organizzata.
L’alluminio offriva invece maggiore standardizzazione, tempi più prevedibili e minori necessità di manutenzione.
Il legno non scomparve. Continuò a essere scelto da chi ne apprezzava la bellezza, da chi viveva in edifici storici o quando bisognava rispettare particolari requisiti estetici.
Ancora oggi, in alcuni centri storici, materiali, forme e colori degli infissi visibili sulle facciate devono rispettare regole precise.
Tuttavia, per molte falegnamerie, il grande mercato degli infissi cominciò progressivamente a restringersi.
Anche le porte escono dalla bottega
Una trasformazione simile avvenne con le porte interne.
Per lungo tempo la porta era stata un prodotto quasi naturalmente affidato al falegname. Veniva costruita su misura, adattata al vano e rifinita secondo le esigenze della casa.
Poi iniziarono a svilupparsi aziende specializzate capaci di produrre porte in serie, con misure standard, prezzi più accessibili e tempi certi.
Prima piccole produzioni organizzate, poi fabbriche sempre più strutturate proposero prodotti che rispondevano bene alle esigenze dei costruttori e delle famiglie.
Il falegname, che per generazioni era stato il re degli infissi e delle porte, si trovò davanti a una nuova realtà.
Non era più necessario per costruire ogni elemento in legno presente in una casa.
Doveva cambiare, specializzarsi e trovare un nuovo spazio.
Sandro mi ha trasmesso anche un modo di progettare molto diverso da quello attuale.
Il disegno nasceva spesso direttamente sul banco di lavoro, utilizzando una matita, un metro e una squadra.
Non c’erano programmi tridimensionali, render fotorealistici o librerie digitali di componenti. Prima di tagliare un pezzo di legno bisognava riuscire a vedere mentalmente il mobile finito.
Occorreva prevedere:
- gli incastri;
- gli spessori;
- le aperture;
- gli ingombri;
- le difficoltà del montaggio;
- il comportamento del materiale.
Il progetto non era soltanto quello disegnato sul banco. Una parte importante del progetto si trovava nella testa e nelle mani del falegname.

Illustrazione a matite colorate ispirata a Sandro Giovannetti mentre progetta un mobile direttamente sul banco di falegnameria, utilizzando matita, squadra e metro.
Una piccola cassetta di legno e pochi attrezzi
Anche il montaggio era diverso.
Il falegname arrivava sul lavoro con una piccola cassetta di legno contenente pochi attrezzi: martello, scalpelli, cacciaviti, pialla, sega, metro e qualche ferro scelto con cura.
Negli anni successivi si aggiunsero il trapano elettrico e l’avvitatore a batteria.
Il resto dipendeva dall’esperienza.
Quando il muro era storto, una misura non tornava o un elemento non si adattava perfettamente, non si poteva cercare immediatamente una macchina o un accessorio specifico.
Bisognava fermarsi, osservare e trovare una soluzione.
Oggi utilizziamo una quantità molto maggiore di utensili elettrici, guide, dime, aspiratori, laser e sistemi di supporto. Queste attrezzature permettono di lavorare più velocemente, con maggiore precisione, meno fatica e spesso anche più sicurezza.
Non avrebbe senso rifiutare il progresso.
Eppure credo che esista un rischio: confondere il numero degli strumenti posseduti con la conoscenza del mestiere.
Un’attrezzatura può facilitare un’operazione, ma non sostituisce il colpo d’occhio, la sensibilità della mano e la capacità di capire perché qualcosa non funziona.
La macchina dovrebbe continuare a essere guidata dall’artigiano. Non dovrebbe essere l’artigiano a limitarsi a seguire la macchina.
Io appartengo a una generazione di passaggio
Quando ho cominciato a lavorare in falegnameria, il mondo raccontato da Sandro stava già scomparendo.
Le produzioni industriali erano ormai diffuse, le macchine avevano cambiato molte lavorazioni e il mercato chiedeva tempi più rapidi.
Ho però avuto la fortuna di lavorare accanto a mastri artigiani e di ricevere una parte di quella cultura.
Ho imparato a osservare prima di intervenire, a rispettare il materiale e a non considerare mai una misura scritta su un foglio come una verità assoluta fino a quando non viene verificata nella casa reale.
Ho imparato che il progetto più bello deve poi fare i conti con i muri, con i pavimenti, con gli impianti e con la vita delle persone.
Oggi progetto anche al computer, utilizzo strumenti moderni e porto quella esperienza nel mio modo di intendere la falegnameria e l’arredamento su misura. Collaboro con aziende di arredamento Made in Italy e mi affido a laboratori specializzati quando il progetto lo richiede.
Ma dentro questo modo moderno di lavorare rimane una parte di ciò che mi è stato tramandato.
Sandro non mi ha insegnato soltanto a costruire o montare un mobile. Mi ha aiutato a capire come si affronta un lavoro.
Il falegname di oggi non deve combattere l’industria
Non credo che il compito del falegname contemporaneo sia dichiarare guerra alla produzione industriale.
L’industria ha reso disponibili mobili ben costruiti, affidabili e accessibili a un numero molto più grande di famiglie.
Un lavoro completamente artigianale conserva caratteristiche particolari e può offrire materiali, finiture e libertà progettuali difficilmente raggiungibili con la produzione di serie. Ha però costi e tempi inevitabilmente diversi.
Il vero valore sta nel saper scegliere la strada più adatta.
Alcune volte serve costruire un mobile interamente in falegnameria.
Altre volte è più intelligente partire da un buon prodotto Made in Italy e modificarlo, adattarlo o completarlo con lavorazioni su misura.
È da questa esperienza che nasce una frase nella quale mi riconosco profondamente:
I mobili industriali sono per noi come la tela per il pittore.
Sono una base di qualità sulla quale possiamo intervenire con la progettazione, la conoscenza dei materiali e l’esperienza artigianale.
Dai racconti di Sandro ai mobili su misura di oggi
Il mestiere del falegname ha perso alcune delle lavorazioni che un tempo gli appartenevano quasi completamente.
Non costruisce più tutte le finestre, tutte le porte e tutti i mobili presenti nelle nostre case.
Ma non ha perso il proprio valore.
Quel valore si trova oggi nella capacità di:
- interpretare uno spazio;
- riconoscere un problema;
- scegliere il materiale giusto;
- modificare ciò che è prodotto in serie;
- costruire ciò che non esiste;
- coordinare competenze differenti;
- trasformare un’idea in qualcosa che possa essere realmente montato e utilizzato.
È in questo spazio che si colloca oggi anche il mio lavoro dedicato ai mobili su misura a Roma: non soltanto mobili costruiti da zero, ma soluzioni studiate per adattarsi alla casa e alle necessità di chi la abita.
Le tecnologie continueranno a cambiare. Cambieranno i materiali, gli strumenti e probabilmente anche il modo di progettare.
Ma fino a quando esisteranno case fuori squadra, esigenze particolari e persone che desiderano qualcosa pensato davvero per loro, ci sarà ancora bisogno del falegname.
Forse non arriverà più in bicicletta con una piccola cassetta di legno.
Ma dovrà continuare a portare con sé esperienza, responsabilità e capacità di trovare una soluzione.
Questa è la parte del mestiere che ho ricevuto.
Ed è quella che cerco ancora oggi di trasmettere attraverso ogni lavoro.
